“Volevo fare qualcosa di più grande”.
A 19 anni, Giorgia ha attraversato l’oceano e da Rimini ha raggiunto Santiago, in Cile. Giorgia Pace è “Casco bianco”, ovvero volontaria del Servizio Civile all’estero, grazie all’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.
Come hai scoperto il Servizio Civile?
In quarta superiore, al Liceo Scientifico A. Einstein di Rimini, avevo visto una video intervista realizzata dalla redazione di “Utopia”, il giornalino scolastico, a un volontario del Servizio Civile. Poi, grazie al mio gruppo scout Rimini 1, ho avuto l’opportunità di fare un’esperienza di volontariato con l’Unità di Strada della Capanna di Betlemme. Quell’esperienza ha trasformato le mie settimane e la mia vita. Mi dava così tanto che sentivo l’esigenza di fare qualcosa di ancora più duraturo e coinvolgente. Tante persone mi hanno spinta nella direzione del Servizio Civile e ho deciso di mettermi alla prova.
Perché proprio all’estero come “Casco bianco”?
Fare un’esperienza all’estero mi attirava, volevo conoscere nuove culture e posti nuovi. Volevo staccarmi un po’dalla vita quotidiana qui in Italia e fare qualcosa di diverso. Con la fine delle Scuole Superiori è arrivato il momento giusto. Avevo tante paure, ma ho potuto contare su molte persone che sono state per me un punto di riferimento e mi hanno aiutata e supportata.
Quali sono i progetti a cui ti dedichi in Cile?
Sono qui a Santiago da cinque mesi. Il progetto principale di cui mi occupo è il “Comedor nonno Oreste”: una mensa per persone in situazioni di vulnerabilità, spesso persone che vivono in strada o con problematiche di dipendenza. Qui preparo per loro la colazione e il pranzo ma soprattutto trascorriamo la mattinata insieme, il clima che si respira in questa realtà è molto familiare. La seconda mansione che svolgo è alla “Escuelita”, un centro di accoglienza per bimbi e ragazzi in cui svolgiamo attività di supporto scolastico, ma non solo.

Giorgia e le altre volontarie con un ospite del Comedor “Nonno Oreste” in Cile
Quali sono le principali difficoltà che hai incontrato?
Prima di partire non sapevo lo spagnolo, ma sono riuscita a impararlo qui in poco tempo grazie al grande aiuto della responsabile della Casa-famiglia in cui vivo, che ci ha tenuto moltissimo a insegnarmi la lingua.
A volte sperimento anche un senso di impotenza: vorrei poter arrivare dappertutto ma non è possibile, le storie delle persone ti “restano addosso” e vorresti aiutarle molto di più di quello che riusciamo a fare.
C’è una persona o una storia che hai incontrato che ti hanno particolarmente colpito?
Racconto una storia che secondo me le rappresenta un po’ tutte. Ogni incontro che fai ti regala tanto e la cosa più preziosa è quando le persone ti donano la loro fiducia. C’è un signore che viene sempre alla Mensa con cui siamo riusciti a costruire una buona relazione. In strada non può fidarsi di nessuno ma sente di potersi fidare di noi e ce lo dimostra mettendosi molto in gioco. Non aveva un “carnet” (un documento d’identità) e gli abbiamo suggerito di rimediare: lui lo ha fatto e avere un documento gli riconosce nuove opportunità e diritti. Era felicissimo di questo cambiamento, con poco siamo riusciti a spronarlo.
Com’è vivere in una casa-famiglia?
Oltre a me ci sono altre tre ragazze anche loro “Casco bianco” e i due figli accolti dalla casa-famiglia, due persone con disabilità. Siamo molto grate per essere qui. Nonostante sia una casa affollata e rumorosa ti senti sempre a tuo agio, senti che c’è posto per tutti. Non sappiamo mai per quante persone dobbiamo apparecchiare, perché in questa casa la porta è sempre aperta. Puoi fare un’esperienza di condivisione nel quotidiano ma al tempo stesso ricavarti il tuo spazio.
Cosa pensi di avere imparato in questi mesi?
Sento di avere imparato a vivere il mondo senza troppe costruzioni, legami o strutture. Ho imparato a riconoscere il valore della condivisione, a decentrarmi, a essere con l’altro/l’altra che incontro.
Il senso profondo di essere “Casco bianco” è anche quello di sentirsi parte di una comunità grande di persone che come me, ma anche prima e dopo di me, condividono i valori in cui credo: pace, nonviolenza, condivisione.

Comedor “Nonno Oreste” in Cile
Consiglieresti il servizio civile all’estero ai tuoi coetanei?
Consiglierei questa esperienza a tutti i giovani, ciascuno può trovare la realtà giusta in cui spendersi, basta avere il coraggio di cambiare. Un’esperienza all’estero è ancora più allettante: a questa età tutti siamo un po’ curiosi di scoprire il mondo.
Ci metto un anno. Seconda tappa di questo viaggio tra i giovani del Servizio Civile. Lasciati ispirare dalla storia di Giorgia: una storia che parla di coraggio, curiosità e scoperta.
A cura di Silvia Sanchini
Il sito dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII dedicato al Servizio Civile
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Nella foto di copertina: la Casa-famiglia in cui vive Giorgia
Foto credits: Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII